mercoledì , 18 ottobre 2017

Cos’è e cosa prevede il Comma 566 della Legge di Stabilità 2015

Nel comma 566 della Legge di Stabilità 2015, in sostanza, il Governo e il Parlamento hanno deciso di dare forza di legge all’obiettivo di ridefinire le competenze professionali dei sanitari già oggetto dei tavoli tecnici Governo Regioni. Un lavoro iniziato il 15 dicembre 2011, con la prima riunione del tavolo, e da cui sono scaturite diverse proposte di riassetto professionale (la prima sulle competenze infermieristiche risale al mese di aprile 2012). Un perscorso, da allora ad oggi, caratterizzato da alti e bassi, fino all’ultima ipotesi di accordo sulle competenze infermieristiche tutt’ora in attesa di essere trasmessa alla Stato Regioni.

Cos'è e cosa prevede il Comma 566 della Legge di Stabilità 2015

Ma cosa c’è scritto in questo ormai fatidico comma 566 della Legge di Stabilità 2015?

Fermo restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia in materia di atti complessi e specialistici di prevenzione, diagnosi, cura e terapia, con accordo tra Governo e Regioni, previa concertazione con le rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, sono definiti i ruoli, le competenze, le relazioni professionali e le responsabilità individuali e di équipe su compiti, funzioni e obiettivi delle professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, tecniche della riabilitazione e della prevenzione, anche attraverso percorsi formativi complementari. Dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Fin da subito i medici hanno visto con diffidenza questi lavori, timorosi di perdere spazio e il tutto, hanno sempre detto, più per motivi economici, “gli infermieri costano meno di noi”, dicono, che per un’effettiva esigenza di ridisegnare il “chi fa che cosa” in sanità.

Di contro le professioni sanitarie, pur con qualche distinguo anche al loro interno, hanno puntato molto su questi accordi che ritengono la prima significativa risposta alla loro evoluzione formativa e professionale.

Una sorta di compromesso sembrava scaturito dalla cosiddetta “Cabina di Regia” che a novembre 2014 viene condivisa da Governo e Regioni come luogo di confronto permanente di tutte le professioni sanitarie, medici compresi.

Significative tre affermazioni contenute nell’atto di nascita della Cabina di Regia:

  • il ruolo e le responsabilità diagnostiche e terapeutiche sono in capo ai medici anche per favorire l’evoluzione professionale a livello organizzativo e ordinamentale
  • gli infermieri e le altre professioni sanitarie, negli ambiti delle specialità già delineate dagli specifici profili professionali di riferimento, sono garanti del processo assistenziale, ed è per questo che è necessaria e non più rinviabile l’evoluzione professionale verso le competenze avanzate e di tipo specialistico
  • i medici, i veterinari, i dirigenti sanitari, gli infermieri e gli altri professionisti della salute riconoscono i relativi e specifici campi di intervento, autonomia e responsabilità anche alla luce della costante evoluzione scientifica e tecnologica, e concorrono a garantire unitarietà del processo di cura e assistenza attraverso la definizione multi professionale obiettivi, e attraverso criteri di verifica e valutazione degli esiti e dei risultati

Ma nei fatti questo luogo d’incontro ha prodotto poco fino ad oggi. E la polemica sul “chi fa che cosa” tra medici e altre professioni è di nuovo esplosa.

A distanza di mesi è Barbara Mangiacavalli, Presidente Federazione nazionale Collegi Ipasvi, a riprendere le redini della diatriba.

Non si vuole nemmeno discutere un eventuale cambiamento. Siamo pronti a incontrare di nuovo il Governo, augurandoci che una pausa di riflessione porti consiglio, ma non abbiamo intenzione di cedere passivamente a modifiche che snaturino il senso del comma 566

Siamo andati al primo incontro istituzionale al ministero della Salute sul comma 566 della legge di stabilità 2015, con le migliori intenzioni di trovare una soluzione condivisa e rispettosa delle nostre richieste che permettesse di superare le paure ancestrali dei medici di essere in qualche modo scavalcati nella loro attività professionale da altre figure professionali sanitarie. Ma i medici non li abbiamo trovati, a conferma della non volontà di mediazione. E per di più il ministero ha messo sul tavolo proposte secche e già strutturate che avrebbero cambiato del tutto il senso dello stesso comma 566 e, cosa ancora più paradossale, della bozza di Accordo Stato-Regioni già sottoscritta da Ipasvi e anche dai sindacati, ma, peggio, avrebbe costituito un ridimensionamento della nostra crescita professionale e dell’avanzamento di quel modello di sanità più appropriato e comune ormai nell’Europa moderna, e non solo, senza alcuna possibilità di discussione, di trattativa o di mediazione.

Purtroppo il metodo antico è questo: si risponde alle grandi lobby precostituite e si giudicano tutti coloro i quali non ne fanno parte, semplici ingranaggi di un sistema che non si muove anche grazie a loro, ma di cui loro sono considerati solo una parte passiva.

Non è così. Se nel più piccolo degli ingranaggi entra un granello di polvere, la macchina si ferma e spesso si danneggia irreparabilmente. E noi, le professioni sanitarie, oltre 550mila dipendenti del Servizio sanitario nazionale e quasi 700mila professionisti che operano comunque nell’ambito dell’assistenza ai cittadini, non siamo un piccolo ingranaggio, ma gran parte della macchina che fa muovere il SSN. E il modello proposto, che nulla toglie alle capacità e alle competenze dei medici né intende farlo, è il modo migliore per far andare avanti la macchina con appropriatezza rispetto alla componente assistenziale dell’offerta sanitaria che è quello che ci vede in prima linea (non diagnosi né terapia quindi, dormissero sogni tranquilli i medici). Ed è la ricetta più collaudata e avanzata perché tutto avvenga con la minore spesa e la maggiore compliance dei pazienti.

Il meccanismo è rodato. Lo è all’estero dove da anni esiste ad esempio l’infermiere specialista che lavora in perfetta sintonia fianco a fianco con i medici. Ma dell’estero finora si è sempre presa e rivendicata non necessariamente la parte migliore di ciò che è stato sperimentato, bensì la parte più conveniente. Così è nato lo stesso Servizio sanitario nazionale. E così molti rivendicano carriere e stipendi, affermando che altrove progressioni e buste paga sono migliori delle nostre.

E il sistema? Il sistema si modella a piacimento in base alle esigenze e alle volontà di pochi, ai quali nessuno vuol togliere o anche solo toccare nulla della professionalità che gli spetta, ma che per una questione di vecchie culture e posizioni consolidate secondo schemi ormai antichi, non si vuole cambiare. Peggio: non si vuole nemmeno discutere un eventuale cambiamento che, peraltro, nulla toglierebbe ai medici: l’incipit del 566 a cui ci è stato chiesto di “rinunciare” (… atti complessi e specialistici …) significa che questi sono e restano esclusivo appannaggio dei medici, mentre ciò che non è complesso e specialistico continua a restare del medico ma lo può fare anche un altro professionista, formato, certificato, validato e verificato, che ha quindi le competenze per agire in sicurezza per se e per l’assistito.

E allora? Allora il problema è che la soluzione era ed è sotto gli occhi di tutti gli attori di un sistema sanitario che hanno la responsabilità non solo politica ma anche etica di promuovere crescita, innovazione, coerenza tra modelli/sistemi organizzativi, sistemi professionali e bisogni dei cittadini: apriamo un confronto (la cabina di regia?) e costruiamo il percorso per definire gli atti complessi e specialistici.

Semplice? No, non è semplice, perché occorre la disponibilità e la capacità di provare a declinare non solo un meccanismo nuovo e diverso per lavorare in sanità in modo interprofessionale, ma anche una nuova forma mentis. Ed ecco allora che si pensa di tacitare la questione riconducendo tutto all’atto medico. Poi il medico decide quando qualcun altro può fare qualcosa che lui ha deciso che può fare. È questa la sanità del XXI secolo di cui hanno bisogno i nostri cittadini ed il sistema? E’ questo il modello che vogliamo portare avanti? Ore di attesa in pronto soccorso (perché comunque il territorio non c’è e la risposta non può essere solo con le aggregazioni dei medici di medicina generale…) ad esempio, per avere la prescrizione di un esame radiologico, ore di attesa in radiologia, poi ritorno in pronto soccorso e attesa che il medico ritorni a rivisitare la persona, sperando che non serva qualche altra indagine diagnostica: forse qualcuno dovrebbe iniziare a spiegarci e convincerci che lesa maestà è far partire i percorsi fast track, mandare a regime l’esperienza see and treat, far partire il territorio con modelli nuovi per problemi nuovi e non continuando a proporre, forse anche per autoconvincersi, modelli vecchi per problemi nuovi.

Ciò che più dispiace però, è vedere che a questo atteggiamento si adattano anche coloro i quali dovrebbero invece pensare a ottenere il meglio e la maggiore qualità dal sistema sanitario, sostenendo innovazione e valorizzazione del capitale più importante di cui dispone il nostro SSN: i suoi professionisti. E per farlo dovrebbero mediare, non imporre con scelte che contraddicono nei fatti le scelte che essi stessi hanno operato in momenti di lucidità programmatoria, seguendo solo il denominatore comune della vera ottimizzazione del sistema.

Noi siamo sempre stati e siamo pronti a discutere, mediare, a cercare soluzioni che possano andare incontro alle esigenze di tutti e rispettino le posizioni che a tutti spettano davvero. Ma non siamo disposti ad accettare passivamente, se non addirittura in modo ricattatorio, cambi di scelte già fatte che nulla a che fare hanno con la qualità del sistema e la sua funzionalità in senso clinicamente, ma anche economicamente più vantaggioso.

Siamo professioni sanitarie. Quelle professioni che negli ultimi quindici anni hanno guadagnato sul campo il diritto a posizioni di spicco nell’assistenza sanitaria, testimoniate dai nostri percorsi di studio e di carriera che ci vedono laureati magistrali, docenti, ricercatori, tutor, ma soprattutto responsabili dell’assistenza – ripeto: nessuno parla di diagnosi e terapia – del paziente.

C’è chi cura, e noi ci assicuriamo in questo senso che chi deve essere curato lo faccia sia con correttezza e razionalità. Ma c’è anche chi si prende cura. E questo è il nostro compito. Il compito di chi 24 ore su 24 resta a fianco dei pazienti, ne ascolta i bisogni e cerca di sopperire alle loro necessità, sia fisiche che umane e morali.

Per questo non abbiamo alcuna intenzione di cedere passivamente a modifiche che snaturino il senso del “comma 566” della legge di stabilità e la bozza di Accordo Stato-Regioni che nulla hanno a che fare con l’ottimizzazione del sistema. E per questo Collegi, Associazioni e sindacati hanno serrato i ranghi sul concetto espresso nel documento comune sottoscritto da tutti alla fine dell’incontro al ministero della Salute: l’innovazione in sanità non si deve bloccare. E perché non avvenga siamo pronti questa volta anche alla mobilitazione per rilanciare professioni e servizi.

Come già sottolineato nel documento che non è una dichiarazione di guerra, ma l’ennesimo tentativo di raggiungere una mediazione mai voluta davvero (e non certo da noi), siamo pronti a incontrare di nuovo il Governo, augurandoci che l’ennesima pausa di riflessione porti consiglio. Senza risposte concrete e convincenti, tutti lo hanno sottoscritto, seguiremo l’unica strada ragionevole che conosciamo e che abbiamo percorso finora: quella della difesa a oltranza e con tutti i mezzi delle professionalità, ma soprattutto dei diritti dei cittadini e dello stesso SSN.

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