mercoledì , 13 dicembre 2017

Dottore in Infermieristica, un titolo difficile da riconoscere

“Per il potere conferitomi dalla legge, vi conferisco il titolo di “dottore in infermieristica”. Tutti gli infermieri laureati, hanno ben scolpito nel proprio cuore il giorno della loro laurea e ricordano bene queste parole che il presidente della seduta pronuncia al termine della proclamazione. Tuttavia, la diatriba “infermiere professionale o dottore”, continua a trascinarsi avanti nel tempo nonostante esistano leggi vigenti che regolamentano l’utilizzo del titolo di “dottore” in Italia.

Il Regio Decreto 4 Giugno 1938 n. 1269, all’ articolo 48, recita: “il titolo di dottore spetta a coloro che hanno conseguito una laurea, e ad essi solo“. E’ bene ricordare che il Decreto su citato, è tutt’ora vigente in Italia, e quindi, attenendosi a quanto da esso stabilito, può fregiarsi di tale titolo chiunque abbia conseguito una laurea, di qualunque durata ed in qualunque facoltà. Molti “scettici” o critici, potrebbero trovare alquanto desueto tale decreto emanato 75 anni fa, ma come già specificato, una legge in vigore resta tale fino ad eventuale abrogazione, anche se la sua emanazione è avvenuta parecchi anni or sono. Le riforme universitarie, l’istituzione dei corsi di laurea triennali e soprattutto l’istituzione di nuovi corsi di laurea quali appunto sono stati quelli riguardanti le “professioni sanitarie”, hanno per certi versi creato uno scompiglio maggiore riguardo l’utilizzo del titolo di “dottore”, ed è nel 2004 che il legislatore fa ulteriore chiarezza riguardo questo dilemma, stabilendo che:

“A coloro che hanno conseguito, in base agli ordinamenti didattici di cui al comma 1, la laurea, la laurea magistrale o specialistica e il dottorato di ricerca, competono, rispettivamente, le qualifiche accademiche di dottore, dottore magistrale e dottore di ricerca. La qualifica di dottore magistrale compete, altresì, a coloro i quali hanno conseguito la laurea secondo gli ordinamenti didattici previgenti al decreto ministeriale 3 novembre 1999, n. 509.” (DM 22 Ott. 2004, n.270 art. 13 comma 7).

Da tutto ciò, risulta scontato che agli infermieri laureati, spetti il titolo di “dottore”; è un loro diritto stabilito dalla legge e sta a loro stessi far rispettare questo diritto dai propri datori di lavoro, nelle strutture e nei contesti in cui si trovano a prestare la loro opera. Pare però che neanche ciò sia bastato a fa capire a più di qualcuno che, un laureato qualsiasi, debba per legge essere riconosciuto come “dottore”, titolo che in molti sembrano riconoscere solo ai laureati in medicina (complice anche un retaggio culturale difficile da sradicare, soprattutto in alcune zone del Bel Paese) poichè il termine “dottore” evoca sempre un camice bianco intento a curare un paziente, a vendere farmaci, a dirigere un laboratorio di analisi ecc. In taluni casi, qualcuno un po’ più edotto, riconosce come dottori anche altre categorie di professionisti (es. i commercialisti), ma raramente un infermiere viene riconosciuto come tale.

Il fatto che ciò non avvenga a distanza di 75 anni dal Regio Decreto 4 Giugno 1938 e a quasi 10 anni dal DM 22 Ott. 2004, è parecchio disdicevole, ma come sappiamo, in Italia i cambiamenti culturali avvengono molto lentamente rispetto ad altri Paesi, quindi la speranza che ciò prima o poi avvenga non deve morire ed ogni laureato, triennale o magistrale che sia, deve “lottare” per far valere il proprio titolo accademico conseguito con tanti sacrifici.

Un tantino più disdicevole appare il fatto che tale mancanza nel riconoscimento del titolo, venga proprio dalle Istituzioni in cui sono presenti parecchi dottori.
Pensiamo ad esempio alle Asl, all’interno delle quali si trovano ad operare dottori in medicina, in legge, in ingegneria, in economia e commercio ecc.

Sembra strano (e poco consono) il fatto che proprio questi professionisti, con una cultura di un certo spessore e ben diversa da quella dell’ individuo “schiavo del retaggio culturale”, stentino a riconoscere che i dottori in infermieristica, operanti nelle loro stesse aziende, non siano il “sig. Tizio” se non peggio l’ “I.P. Tizio” commettendo (in buona fede, ne siamo sicuri) l’errore di nonanteporre al nome del professionista il titolo che per legge gli spetta.

Altresì, appare molto più disdicevole che altri organi istituzionali di rappresentanza della categoria infermieristica come ad es. alcuni sindacati o alcuni collegi, commettano (anche loro ne siamo certi, in buona fede) il medesimo errore quando si rivolgono agli “infermieri professionali”.

Proprio codeste istituzioni, composte anche da infermieri laureati, dovrebbero far si che gli iscritti, da essi rappresentati, si abituino a veder riconosciuto il proprio titolo a partire dai propri colleghidottori in infermieristica, in modo da renderli ancor più consapevoli del fatto che dovranno essi stessi in prima persona tutelare il proprio diritto a veder riconosciuto il titolo di studio come già accade per tutti gli altri professionisti.

L’invito a tutti, quindi, è quello di prendere consapevolezza in prima persona di essere “dottori in infermieristica” facendolo presente a chi di competenza quando si presenta l’occasione (comunicazioni da parte del datore di lavoro indirizzate al “sig.” anziché al “dottor”; comunicazioni da parte del proprio collegio di appartenenza erroneamente indirizzate all’ “I.P.”; comunicazioni da parte dei sindacati ecc…).

Il decoro della professione infermieristica sta anche in questo, ossia nel veder istituzionalmente riconosciuti i propri titoli poiché come tutti gli altri, essi sono frutto di una preparazione accademica che denota professionalità e conoscenza della materia nella quale, per legge, si è “dottori”.

via nurse24.it

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